Ho tolto le magliette e le camicie di lino dall’armadio e ho fatto spazio, come ogni anno ai vestiti autunnali (invernali). Operazioni di questo tipo vengono un po’ automatiche e di seguito scendono giù valanghe di pensieri sul tempo che passa, sulle cose che si stringono e non si allargano mai, su quella t-shirt degli Stones avuta in regalo, sui tuoi abiti che, a volte ti fanno sentire un po’ troppo indie. Insomma, il rito del cambio di stagione è meglio delegarlo a qualcuno. Sta di fatto che anche questa volta me ne sono occupato io, ma sono entrato in un tunnel pericoloso: mi sento nuovo e non ho i vestiti giusti che lo manifestino. Urge pomeriggio di spese feroci da Gente Uomo (via del Babuino 185 – Roma)

 

Hillary chiese ai suoi sostenitori una specie di primarie musicali per decidere quale doveva essere la colonna sonora per la sua campagna elettorale. Mentre l’ex first lady lanciava sul suo sito il referendum musicale, io facevo leva su quei sondaggi che la davano solidamente in testa con un vantaggio di 13 punti su Obama. Insomma, chiese a tutti i suoi seguaci, me compreso, di decidere la soundtrack che avrebbe scandito convention, appuntamenti elettorali e magari la sera dei risultati. Ha fatto così pubblicare una lista di nove canzoni, tra le quali due degli U2, «City of blinding lights» e «Beautiful Day». E ancora «Suddenly I see» di Kt Tunstall, «I’m a beliver» degli Smash Mouth, «Get ready» dei Temptations, «Ready to run» dei Dixie Chicks, «Rock this country» di Shanya Twain, «Right here right now» di Jesus Jones, «I’ll take you there» degli Stample Singers. Ma questa lista era del tutto flessibile. Noi, infatti, eravamo invitati a proporre nuove canzoni. Stamattina, in un attimo di esigenza musicale, mi sono reso conto che non si può parlare di princìpi e norme se prima non si ha un inno capace di scaldare e arringare le folle. Comunque, la differenza la fa il piede. Il sound di una colonna sonora per un Partito deve far battere il piede. Avete mai provato ad ascoltare alcuni passaggi di Obama e di Hillary? Puoi tranquillamente battere il piede e tenere il tempo. E’ la stessa cosa che faresti ascoltando il sound di «City of blinding light»: batteresti il piede, perchè quel sound arriva. La differenza sta qui, credo. Il sound di Bersani, per esempio, è lento. Lentissimo.

La cosa peggiore che può capitarti a Roma è avere bisogno di un bagno. Non mi pare di aver mai visto servizi pubblici, e quelli dei bar sono sempre inutilizzabili, occupati, rotti, e comunque inaccessibili. Ieri, dopo una decina di tentativi falliti, non mi è restato che tentare in un maledetto McDonald. La fila era impressionante. Spagnoli dietro di me smadonnavano contro l’Italia. Il nostro Paese è così indifendibile che entrare in bagno e dissimulare ribrezzo per la sporcizia è stato l’unico gesto patriottico che mi sono sentito di fare. Ciò che più detesto del degrado italiano è che consente a chiunque di darci lezioni, e non offre nulla con cui replicare.

Avevo, sbadatamente, in sottofondo una di quelle trasmissioni lasciate accese per il gusto di avere un rumore. Un tizio, probabilmente dell’Opus Dei, dopo aver disquisito sulla conversione di Daniela Rosati, ha sostenuto che: «dopo Gramsci, anche Montanelli» – alla fine della sua vita –  «ha scoperto la fede». Certo, un attimo prima di morire convertirsi non costa niente, ce l’ha insegnato anche Oriana Fallaci. Nessuno ti verrà a rinfacciare che l’hai fatto, e puoi solo guadagnarci. E’ ovvio e naturale che qualsiasi persona potrebbe restare affascinata dal Vangelo (Montanelli) o da alcune figure della cristianità (Gramsci), ma da qui alla conversione ce ne passa, eccome se ce ne passa; in special modo quando la conversione significa la sconfessione di un’esistenza. È complicato che uno, sul letto di morte, possa poi venire a narrarti in quanto «diretto interessato» la sua conversione.

Pippo Franco sarebbe morto negli anni ottanta: assassinato perché stava rubando le mandorle in un campo. Pippo Franco, quindi, sarebbe stato sostituito da un Pippo Franco simile a Pippo Franco. L’attuale Pippo Franco, perciò, sarebbe Salatino Fulvio Franco e sostituirebbe il Pippo Franco ammazzato perché stava rubando le mandorle in un campo.

Credo che dovremmo smetterla di considerare la tv (mezzo obsoleto) come una vera fonte di cultura, perché non lo è mai stata – e chi mi tira fuori il maestro che insegnava l’italiano mi fa ridere, è proprio l’esempio di scuola che non vuol dire un cazzo. Oggi, miei cari italiani, con 30 euro al mese, potete avere Sky, con delle meraviglie, dei programmi, dei documentari, e dei telefilm pazzeschi, mai visti prima. Con internet potete leggere tutti i giornali del mondo, e con le web radio sentire tutta la musica del mondo, altro che Top of the Pops e il Festival di Sanremo. E’ una cazzata dare un ruolo così importante alla tv, abbiamo risorse e pubblicità infinite e accanirsi sulle minchiate di Mediaset, come motivo per mobilitarci contro la carenza di cultura, è da poveracci che non hanno molto da dire. Io non guardo Mediaset, per scelta, da oltre un anno. Certo, il mio discorso è ovvio, banale, me ne rendo conto; ma non vorrei che stessimo tutti sbagliando obiettivo infierendo sulla tv come simbolo di decadenza. La tv, in fondo, è sempre stata una fregnaccia e per tale va presa. La cultura si fa sui libri, al cinema, a teatro, su internet, a scuola, con gli amici, sui giornali e poi, da ultimo, in tv. Sembra invece che la scala qui sia sempre ribaltata. Sky è una ficata pazzesca, e non mi dite che costa troppo perché quelli che mi dicono che Sky costa troppo vanno «a magna’ ‘r pesce a Fiumicino, spendendo 60 euri a cranio pe’ fa i fichi co’ la pischella». Quindi si mangiassero una pizza con le alici e si vedessero delle serie tv che sono dirette e scritte meglio di tutti i film italiani degli anni 80. Ora smetto di pontificare/delirare, ché mi faccio già noia e mi metto a lavorare che qui c’è un sacco di cultura da produrre.

Mi accorgo che mi scazzo a stare nel casino. C’e’in giro gente che sopravvive ma non vive. Sfigati di merda. Mi fanno paura le omologazioni e le banalità. C’è anche una generazione fasulla che sta crescendo, un pezzo non attuale che ha perso la sua originalita’ e che difficilmente lascerà un segno. Spero di imparare – al più presto – modi meno aggressivi di convivenza.

Come spostare i pezzi mancanti senza distruggere quello che di buono sarà fatto? Scarico da internet utili suggerimenti. Ti ruoto fra le mani per capirti ma cambi colore e umore. Ti completerò, per poi distruggerti come un mandala di sabbia tibetano. Un giorno, quando ai miei occhi non avrai segreti, ti lascerò in pace, fermo ad accumulare polvere. In futuro, forse, potrei riscoprirti…

Ci sono giorni che per riempire dieci righe uno deve fare le capriole. Poi ci sono giorni in cui succede di tutto, soprattutto nella area privata del social network che gestisco. Stasera, riempio il blog con un No-Sense dalla Laguna. Dicono che chi accetta di entrare nella giuria del Festival deve sottostare con un po’ di grazia alle condizioni di Marco Müller, che offre il destro vantando in ogni dove di aver organizzato una mostra non catalogabile, schivando, con la sua onnipresenza, la fama di barboso cinefilo di sinistra, maoista, americano, e di «tutto il contrario di tutto».  A Domani.

C’erano delle tizie che gestivano siti Internet sui quali tenevano i loro diari da mignotte  – mignotte in Manolo, escort, ma sempre di mignotta trattasi. Ora, a leggere i giornali inglesi pare che il nuovo gioco da salotto sia capire chi siano, se i loro siano racconti «a chiave», insomma se scopi nella realtà e  poi lo racconti  sotto falso nome nella rete. Stavo per liquidare la questione tutta come un eccesso di zelo: «chi se ne importa di chi sono queste qui, chi se ne importa se siano vere o false le sue storie di letto, suvvia, è un sito Internet, mica un racconto di Cechov». Stavo per…Poi, incontrando Catherine Deneuve, mi sono ricordato di «Belle de Jour», film del 1967 di Luis Buñuel, e della protagonista che cura psicosi, fobie, depressione con una frequentazione disinvolta con le pratiche sessuali. Bevabbè. Niente. «She’s Catherine Deneuve». In conferenza stampa, ha fatto finta di sorridere; io, l’ho guardata, facendo finta di non essere per nulla turbato dalla sua presenza (tendo a non idolatrare più nessuno da quando ho fatto la maturità). La signora è a Venezia con «Potiche – Quel genio di mia moglie» diretto da Francois Ozon. «Potiche» è la moglie-oggetto di un duro industriale nella Francia degli anni settanta che riesce a prendere in mano la dirigenza della fabbrica e a farsi ben volere dai dipendenti. L’eclettico regista racconta l’emancipazione di una donna con brio & glamour. Attori come la Catherine Deneuve e Gerard Depardieu fanno il resto. Voto 7. Volendo essere politicamente corretto: durante la presentazione, Fabrice Luchini, che interpreta il retrogrado marito della Deneuve, si è lasciato scappare un sublime: «come il vostro presidente del Consiglio, per intenderci». Chapeau!

Durante la proiezione stampa, «La  Passione», di Carlo Mazzacurati, è stato applaudito, tanto. Io ero lì, ancora incredulo. In mezzo a gente che avevo sempre letto sui giornali o visto in televisione. Insomma, niente: è la storia di un regista in crisi che cerca disperatamente un nuovo film ma, invece di tornare sul set, per una serie di circostanze, è costretto, nel paesino toscano dove ha una casa, ad allestire, in pochi giorni, la rappresentazione del Venerdì Santo; gli attori locali, però, sono ridicoli e i problemi si moltiplicano. Regista sempre interessante, Mazzacurati centra una commedia divertente & aspra che riesce a fare del microcosmo un luogo simbolico dell’ Italia contemporanea. I bravissimi Silvio Orlando & Giuseppe Battiston danno grande verità ai loro personaggi, gli altri stanno al gioco, Corrado Guzzanti incluso.  Voto 8.

Vuoto e solitudine. La vita di una star può essere anche spaesamento e noia infinita, anche se si vive in un leggendario hotel di Hollywood, se si gira in Ferrari,  fra feste esclusive e belle donne disponibili, e si è al centro di una vita brillante che nel profondo dell’anima non brilla nemmeno un po’. Tutto ciò, fino a  quanto la solitudine, ancora più grande, di una figlia adolescente, spinge lo sguardo più lontano. Un racconto fatto anche di ricordi d’infanzia, quando Sofia viaggiava con papà, gigante del cinema mondiale ma anche padre indaffarato e distratto, proprio come il protagonista del film. Fra i ricordi di gioventù,  Sofia ha ripescato anche uno spaccato  della televisione italiana, che scoprì quando ha accompagnato il padre in un viaggio a Milano. Un occhiata severa a uno show business da baraccone. Voto 10.

La notte del 9 luglio, mentre festeggiavamo tre compleanni in un colpo, Fabio Grosso batteva Barthez con un diagonale secco che ci ha consentito di urlare «Campioni del mondo». Sorseggiando Champagne Cristal (grazie anche di questo, amici transalpini), guardavo l’altrui inseguimento della festa che stava inondando Roma. La personalissima interpretazione del codice della strada balza all’occhio: gente che, sfidando le leggi della fisica, procede in tre su un motorino, furgoni con più passeggeri sul tetto che nell’abitacolo, e automobili dal portabagagli aperto e stracolmo di gente esultante. Clacson assordanti che scandivano cori, per lo più dedicati a una qualsiasi delle signore Zidane da scegliere liberamente tra madre, moglie o sorella. La grande piazza progettata da Valadier brulica di gente fradicia per i continui tuffi nella fontana, urla a cielo e raffiche di «Fratelli d’Italia». Abbiamo imboccato via del Corso, fiduciosi di poter arrivare a piazza Venezia ma – qualche metro dopo San Lorenzo in Lucina e al sedicesimo «Fratelli d’Italia» – siamo costretti a fermarci: c’è un contro-esodo in direzione opposta alla nostra, che ottura completamente il passaggio. Il tasso di umidità tocca picchi cambogiani, e una fragranza di ascelle serpeggia pericolosamente tra la gente assiepata: eravamo al rischio malaria. Per fortuna riusciamo, con fatica, a infilarci in una stradina laterale e a fuggire da quella massa immensa di gente. Arriviamo davanti Fontana di Trevi, affollata come non l’ho mai vista in vita mia, e respiriamo a pieni polmoni un fumogeno soffocante che rappresenta un’alternativa al profumo di cipolla, tipico dell’ascella sudata. Sfatti, e un po’ entusiasti, torniamo lentamente verso casa percorrendo il tragitto inverso. Grazie, Italia. Quest’anno tiferò Inghilterra.


Ho iniziato a sentirmi seriamente perseguitato dall’extra-extra-large. Tutto inspiegabilmente è ingrandito all’ennesima potenza; anche una gentile signorina-commessa mi dice che il paio di jeans che ho scelto deve essere portato largo. E’ come una sorta di trasposizione disneyana in cui tutto assume mastodontiche sembianze da viaggio effetto allucinogeno. Fusioni ottiche, oversize e tendenza al gigantismo. Risponde a un innato bisogno di distinguersi, di magnificare il corpo e per esorcizzare il possibile disagio della presenza probabilmente. Sono andato da Mel Book  e ho comprato il catalogo delle opere di Ron Mueck, in cui tutto è Lager than life…


Sintetizzando brutalmente, direi che i radicali sono un Partito a democrazia interna debole; un fenomeno che ha poco peso nella società italiana, un movimento di diritti civili, di diversità, di provocazione. Una setta leninista con un guru che intende che tutto muoia insieme a lui. I radicali non sono soltanto responsabili del discredito di cui oggi godono i referendum, ma aumentano il tasso di folclore, che è già deprimentemente alto.

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